Il declino di Torino

Torino sabauda, Torino capitale d’Italia, Torino città industriale, Torino operaia e, secondo qualcuno, anche Torino magica. 

Meno volentieri si dice Torino in crisi. Una crisi occupazionale, demografica, culturale, motivazionale…

… Una percezione che forse non era mai stata quantificata con uno studio approfondito, prima della recente ricerca sociale che ha come oggetto la città piemontese, il suo declino, le ragioni che lo hanno causato e le prospettive che possono farlo superare.

Lo studio, che porta la firma della società di ricerca e consulenza KKIENN (www.kkienn.com), ha messo a confronto Torino con altre città europee, raccogliendo dati atti a svelare e a diagnosticare i suoi punti deboli, evidenziando cause, sintomi, segnali e limiti.

Sono state fatte 3000 interviste in 17 città: Milano, Verona, Bologna, Roma, Napoli, Copenaghen, Lione, Manchester, Glasgow, Monaco di Baviera e altre di dimensioni e caratteristiche simili.

L’ipotesi di partenza era dimostrare l’interdipendenza tra economia e cultura, in particolare riconoscere nei dati raccolti alcune teorie sviluppate dalle scienze sociali:

  • “…l’alto grado di fiducia interpersonale e un sistema di relazioni deboli sono fattori abilitanti per lo sviluppo economico (NDR. Si deve al sociologo Granovetter lo studio dei legami deboli, legami tra individui che faciliterebbero la ricerca occupazionale grazie alla loro natura meno vincolante dalla famiglia o dalle amicizie strette).
  • …il potenziamento del capitale umano gioca un ruolo decisivo per la crescita economica…
  • …la motivazione al successo e la percezione di autoefficacia influenzano lo sviluppo economici…
  • …nesso reciproco tra sistema di valori e tassi di crescita economica: i valori influenzano la crescita e viceversa…

Quello che deriva è l’interazione tra fattori economici e fattori culturali: che tipo di relazioni ho, che tipo di valori condivido, quali sono le motivazioni che mi fanno agire e quali sono le conoscenze che dispongo. Tutto ciò, insieme alle risorse economiche, tecnologiche e demografiche, sono il carburante o il freno allo sviluppo di un territorio.
Lo studio di Kkienn riprende gli obiettivi ONU 2030 per la lotta alla povertà, diseguaglianze e crescita economica. Da il campione intervistato, si evince che i due obiettivi “crescita economica duratura, occupazione piena e lavoro dignitoso” ed “eliminazione della povertà” sono quelli che ottengono le valutazioni più negative, e non di molto si distaccano “combattere il cambiamento climatico” e “ridurre le disuguaglianze”.

Con Napoli e Roma, Torino risulta la città in cui il declino economico e occupazionale ha numeri fortemente negativi, disattendendo l’agenda internazionale. Ciò che ci si aspetta è invertire questi dati, con una crescita percepita come reale e duratura, lavori considerati dignitosi in un contesto cittadino inclusivo, sicuro e sostenibile.
Il ritardo culturale, riprendendo le teorie sociali sopramenzionate, viene sintetizzato in questi punti:

  •  Poca fiducia tra le persone, chiusura dei network relazionali, pochi legami eterogenei, associazionismo e ridotta collaborazione e integrazione, anche e soprattutto per le persone straniere. Quella che chiamano meritocrazia viene a mancare. Le città (in particolare quelle straniere) che vanno in direzione diversa hanno una crescita del pil maggiore. 
  • I giovani e i talenti non crescono, complice la crisi demografica e percentuali inferiori di laureati e possessori di Master e Dottorato; nonostante le competenze tecnico ingegneristiche non manchino, le competenze interdisciplinari sono carenti; abilità nel business, nel creare partnership e competenze comunicative sono deficitarie.
  • Una “depressione” declinata come scarsa fiducia in sé e nelle possibilità di migliorare
  • I valori dominanti sono quelli che hanno caratterizzato il secolo passato: gerarchia, obbedienza, deferenza che non mette in discussione il parere consolidato; famiglia e scienza viste come perno del progresso e dei progetti a lungo termine.

Quelli che sono i valori emergenti nelle società europee, come attitudine ad innovare e sperimentare, disponibilità a mettere in discussione certezze e tradizioni, disponibilità a muoversi, a vivere nel presente, a preferire rapporti orizzontali e non gerarchici con apertura alla diversità e all’ibiridazione, sembrano raccolti solo dall’ultima generazione, quella dei millenials, mentre nelle città italiane si rimane in posizioni più conservatrici.

Puntando la lente dell’analisi sulle imprese che gravitano nel torinese, si riscontra come il connotato culturale si conferma poco incline al mutamento, con pochi giovani attratti dalla voglia di fare impresa e poche competenze interdisciplinari tra professionisti; anche qui si riscontrano pochi rapporti di collaborazione e la selezione del personale risulta determinata più dalle conoscenze che dal merito.
Un sistema chiuso dove ognuno si chiude nel proprio orto da coltivare rinunciando a fare sistema, ad esporsi a creare legami ponte; un intervistato pone il punto in questi termini:

«Fino a un po’ di tempo fa gli imprenditori torinesi si potevano fare la differenza, oggi quel tipo di iniziativa non ha più la forza di cambiare le cose, mentre iniziative vere di sistema richiedono l’intervento della finanza, quella vera, e allora lì è un’altra scala su cui dobbiamo organizzarci, non basta l’iniziativa del singolo e di lì siamo meno bravi».

Un altro sottolinea “…Ho notato differenza con Torino, dove la difesa dei confini, delle realtà esistenti, dello status quo è molto più forte. Due piccoli esempi: grosse aziende milanesi ci invitano solo perché hanno sentito parlare del nostro studio, senza riguardo per l’élite degli studi milanesi: invitano chi reputano interessante. L’Università di Genova mi ha offerto un corso di diritto europeo dell’ambiente. A Torino non sarebbe successo. C’è mancanza di meritocrazia e apertura collegata a perpetuazione dei modelli preesistenti, con difficoltà ad accettare modelli differenti.», confermato anche da questo commento in cui si evidenzia la chiusura «In città siamo tutti ghettizzati. Ognuno con il suo circolo.  O si frequenta un certo ambiente o non si ha accesso a quel locale o a quel personaggio. Se sei impiantato a Torino è difficile entrare in quegli ambienti».

Lo studio ricorda che le città in declino economico sono quelle legate più alle relazioni che al merito. Il cambiamento che non viene incentivato anche per un diffuso sentimento anti impresa, così sintetizzato: «…Noi scontiamo un sentimento anti-impresa, forse ideologico, ma sbagliato. Un po’ perché in passato c’era la grande impresa che comandava tutto con scelte anche sbagliate, ora non c’è più: ci sono invece molte imprese che potrebbero stare meglio e creare posti di lavoro, ma il sentimento anti-impresa è uno dei motivi che trattiene l’imprenditore, che fa il suo interesse. Anche la classe imprenditoriale ha la sua responsabilità, ma la funzione sociale dell’impresa prima era possibile perché c’erano grandi risorse e quindi le imprese potevano restituire alla città; ora le imprese sono in difficoltà, hanno l’acqua alla gola ed è una grazia che restino in piedi. Quindi, bisogna ritrovare uno spirito imprenditoriale, favorire…»

E’ sentita come carenza la mancanza di forze capaci di connettere, quello che in passato era il ruolo della Fiat; una critica emerge verso le amministrazioni attuali e passate che non hanno facilitato il compito, se non addirittura favorito l’isolamento.
In molti intervistati c’è il confronto con la vicina Milano che spinge in direzione diversa “…Milano ha saputo creare una piattaforma che ha unito le energie e i talenti, Torino no…”.
Viene, infine, rimarcato, come l’isolamento non è stato impedito neanche dalle élite dominanti, e con rammarico si constata che  “..Le élite sono scollegate dai cittadini e hanno perso la capacità di guidare la comunità…

Sentiremo ancora parlare di questa ricerca e dei suoi risultati: non sono un punto d’arrivo, ma un punto di partenza su cui catalizzare interessi, approfondire riflessioni e definire proposte e impegni. 

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